Estratto Puro

mercoledì, 19 maggio 2004

Auguri EstrattoPuro

E' ora di fare un bilancio: da un anno scrivo su questo blog e me ne sono accorto quasi per caso; cosa vuol dire questo? Vuol dire qualcosa o è solo una coincidenza di frequnze della luce che mi hanno permesso di cogliere l'evento? Se c'è qualcosa di mistico nella scrittura forse mi ha colpito. Come un amorevole "patre" o "matre" non potevo non ricordarmi del compleanno di questo mio figlio mediatico che narra con cadenza quasi regolare l'evolversi dei miei pensieri o dei miei stati d'animo. In un anno le emozioni che ho assorbito e che ho voluto diffondere sono finite su queste pagine: qualche volta distintamente, mentre altre volte in maniera più criptica, come credo sia la mia personalità, preda a volte di slanci da confessionale e più di frequente da orgogli omertosi. Nulla di ciò che ho fin qui scritto andrebbe ritirato, forse sarei dovuto essere più esplicito in alcune espressioni, ma non voglio che questo post sia quello dei rimpianti, ma quello degli auguri. Quindi:

AUGURI ESTRATTOPURO!

postato da juda | 14:49 | commenti


lunedì, 17 maggio 2004

Ammutinamento: unico modo per uscire dall'inferno Iraq
di Naomi Klein, The Guardian Unlimited

Le Nazioni Unite hanno tradito l'Iraq diventando il braccio politico dell'occupazione USA. Ora devono redimersi
Possiamo, per favore, smetterla di chiamarlo pantano? Gli USA non si sono affatto impantanati nella palude irachena; si stanno volontariamente lanciando da una scogliera.
L'unica questione oggi e': chi seguirà il clan di Bush nel precipizio, e chi si rifiuterà di saltare?
Sempre più persone stanno, fortunatamente, scegliendo la seconda opzione. L'ultimo mese dell'aggressione USA all'Iraq ha ispirato ciò che può essere solo descritto come un ammutinamento: ondate di soldati, operatori e politici sotto il comando dell'Autorità d'occupazione USA hanno rifiutato di obbedire agli ordini ed hanno lasciato i loro posti.

Dapprima la Spagna ha annunciato che ritirerà le sue truppe, poi l'Honduras, la Repubblica Domenicana, il Nicaragua ed il Kazakhistan. Le truppe sud-coreane e bulgare sono state ricacciate all'interno delle loro basi, mentre la Nuova Zelanda sta ritirando i suoi tecnici. Il Salvador, la Norvegia, l'Olanda e la Thailandia saranno i prossimi.

Poi c'e' l'esercito iracheno creato dagli USA.
Dall'ultima ondata di combattimenti, i soldati hanno regalato le loro armi ai combattenti della resistenza nel sud, rifiutandosi di combattere contro gli iracheni stessi a Falluja. Alla fine di aprile, il general maggiore Martin Dempsey, comandante della I° Divisione Corazzata, ha riportato che "il 40% degli impiegati ha lasciato l'incarico a causa di intimidazioni. E circa il 10% opera, in realtà, contro di noi".

E non sono solo i soldati iracheni ad aver disertato l'occupazione. Quattro ministri del Consiglio di governo Iracheno si sono dimessi in segno di protesta; la metà degli iracheni occupati nella cosiddetta "zona verde" - traduttori, guidatori, addetti alle pulizie - non si mostrano più in giro. Segni minori di ammutinamento stanno emergendo persino tra le fila dei militari USA: i soldati Jeremy Hinzman e Brandon Hughey hanno chiesto l'asilo politico in Canada come obiettori di coscienza, mentre il sergente di staff Camilo Mejia sta affrontando la corte marziale dopo essersi rifiutato di ritornare in Iraq con la giustificazione di non sapere più che genere di guerra si stia combattendo laggiù.

La ribellione contro l'autorità USA in Iraq non e' tradimento, né "fornisce un falso comfort ai terroristi", come Bush ha recentemente avvertito al nuovo primo ministro spagnolo. E' una risposta totalmente razionale e morale ad una politica che ha messo in grave pericolo tutti coloro che vivono ed operano sotto il comando USA. Questa visione e' condivisa dai 52 ex-diplomatici britannici che, in una lettera a Tony Blair, hanno ammonito che "non e' il caso di supportare una politica in Medio Oriente che e' destinata al fallimento".

E, un anno dopo, l'occupazione USA appare condannata su tutti i fronti: politico, economico e militare.
Sul fronte politico, l'idea che gli USA abbiano sincero interesse alla democrazia in Iraq e' oggi irrimediabilmente screditata: troppi familiari dei membri del consiglio di governo iracheno hanno ottenuto ottimi lavori e contratti da favola, troppi gruppi che chiedevano elezioni dirette sno stati soppressi, troppi giornali chiusi e troppi giornalisti arabi uccisi. Le casualità più recenti sono stati due reporters della televisione al-Iraqiyah, uccisi dai militari americani mentre filmavano il checkpoint di Samarra. Al-Iraqiyah e' la rete propagandistica controllata dagli USA che avrebbe dovuto indebolire al-Jazeera ed al-Arabiya, entrambe le quali hanno perso giornalisti e cameramen, uccisi dal fuoco americano nel corso dell'ultimo anno.

I piani della Casa Bianca di trasformare l'Iraq in un modello di economia del libero mercato sono ugualmente in affanno, frustrati da scandali di corruzione e dalla rabbia degli iracheni, che hanno visto ben pochi benefici nella ricostruzione. Le fiere commerciali vengono cancellate, gli investitori trovano Amman più conveniente, ed il ministro dell'edilizia iracheno ha valutato in 1.500 il numero degli imprenditori che hanno lasciato il paese. La Betchel, intanto, ammette che non può più operare nei "posti caldi" (ce ne sono ben pochi di "freddi", preziosissimi), i camionisti hanno paura di viaggiare con beni di un certo valore e la General Electric ha sospeso i lavori nei punti chiave del paese. Il momento non potrebbe essere peggiore: sta per arrivare l'afa estiva, e le richieste di elettricità stanno per trasformarsi in rivolta.

Mentre si svela il prevedibile (e previsto) disastro, molti si rivolgono alle Nazioni Unite, in cerca d'aiuto. Il grande ayatollah Alì al-Sistani aveva chiesto che le N.U supportassero la sua richiesta di elezioni dirette a gennaio. Più recentemente, ha chiesto alle N.U di rifiutarsi di ratificare la disprezzata costituzione ad interim, che molti iracheni considerano un tentativo USA per continuare a controllare il futuro iracheno ben oltre il "passaggio di sovranità" del 30 giugno, dando grossi poteri di "veto" ai curdi - gli unici alleati USA rimasti. Prima di ritirare le sue truppe, il premier spagnolo Zapatero, ha chiesto a sua volta alle N.U. di rilevare la missione dagli USA. Persino Muqtada al-Sadr, il religioso sci'ita "fuorilegge", ha chiesto all'ONU di impedire un bagno di sangue a Najaf.

E qual e' stata la risposta dell'ONU? Peggiore del silenzio: essa ha spalleggiato Washington in tutte le questioni critiche, spegnendo definitivamente le ultime speranze che potesse fornire un'alternativa genuina all'illegalità ed alla brutalità dell'occupazione americana. In primo luogo, ha rifiutato di appoggiare la richiesta di elezioni dirette, con la scusa dei "motivi di sicurezza" - una risposta che ha indebolito il moderato Sistani e rafforzato al-Sadr, i cui seguaci continuavano a chiedere elezioni. Questo fu il motivo che spinse Bremer a mettere fuori gioco al-Sadr, provocazione che fomentò la rivolta sci'ita.

L'ONU si e' dimostrata sorda anche alle richieste di sostituire l'occupazione militare USA con una forza di pace. Al contrario, ha chiarito che consentirà l'ingresso al suo staff in Iraq solo se gli USA proteggeranno l' incolumità dei suoi membri - sembra evidente, però, che il modo migliore per diventare dei bersagli e' quello di circondarsi di guardie del corpo americane.
Il più grande tradimento dell'ONU, dunque, e' quello di rientrare in Iraq non come mediatore indipendente, ma come braccio politico dell'occupazione americana, una sorta di sub-appaltatore USA. Il governo provvisorio post-30 giugno, della cui costituzione si sta occupando l'inviato dell'ONU Lakhdar Brahimi, sarà soggetto alle stesse limitazioni della sovranità che hanno provocato l'attuale rivolta. Gli USA manterranno il pieno controllo della "sicurezza" e dei fondi per la ricostruzione.
Cosa ancora peggiore, il governo provvisorio sarà soggetto alle leggi stabilite nella costituzione ad interim, inclusa la clausola che stabilisce che il governo dovrà rafforzare gli ordini scritti dagli occupanti USA. L'ONU dovrebbe proteggere l'Iraq contro questo illegale tentativo di minare la sua indipendenza. Invece, aiuta disgraziatamente Washington a convincere il mondo che un paese sotto continuata occupazione militare da parte di una potenza straniera sia, in realtà, un paese sovrano.

C'e' un solo modo in cui l'ONU può redimersi in Iraq: scegliere di unirsi agli ammutinati, isolando ulteriormente gli Stati Uniti. Ciò costringerebbe Washington a cedere il vero potere - in ultimo agli iracheni, ma dapprima ad una coalizione multinazionale di paesi che non hanno partecipato all'invasione ed all'occupazione e che avrebbero le credenziali per poter visionare elezioni genuine. Ciò potrebbe funzionare, ma solo attraverso un processo che salvaguardi la sovranità irachena. In parole povere, questo significa:

- Fare a pezzi la costituzione ad interim.
Essa e' così diffusamente odiata che qualsiasi governo si sottometta alle sue regole sarà visto come illegittimo. Alcuni ritengono che l'Iraq abbia bisogno di tale costituzione per prevenire elezioni libere che consegnerebbero il paese agli estremisti religiosi. Secondo un recente sondaggio condotto dalla Oxford Research International, invece, il punto di riferimento per gli iracheni non sembra essere l'Iran.

Vi sono altri modi per proteggere i diritti delle donne e delle minoranze in Iraq che non costringerlo ad accettare una costituzione scritta dall'occupazione straniera. La soluzione più semplice sarebbe quella di riesumare alcuni passaggi della costituzione provvisoria irachena del 1970, che, secondo la Human Rights Watch, "garantisce formalmente eguali diritti per le donne ed assicura specificamente il loro diritto al voto, all'istruzione, alle cariche politiche ed alla proprietà". Altrove, la costituzione racchiude il diritto alla libertà religiosa, alle libertà civili ed a formare unioni. Queste norme possono essere facilmente salvaguardate, mentre verranno escluse quelle designate a radicare il governo del partito Ba'ath.

- Mettere il denaro in mani sicure
Un punto programmatico cruciale per gestire la transizione verso la sovranità irachena consiste nel salvaguardare i suoi assetti: le sue entrate petrolifere, il restante denaro del programma "petrolio in cambio di cibo" e ciò che resta dei 18,4 miliardi di dollari dei fondi per la ricostruzione. Finora, gli USA hanno programmato di mantenere il controllo di questo denaro ben oltre il 30 giugno; l'ONU dovrebbe insistere per affidarlo a mani sicure, affinché sia speso da un governo iracheno eletto.

- Dechalabizzare l'Iraq
Finora gli USA non sono riusciti ad installare Ahmad Chalabi come nuovo leader iracheno - la sua storia di corruzione e la mancanza di una base politica lo hanno impedito. Nonostante ciò, i membri della famiglia Chalabi hanno silenziosamente preso il controllo di ogni area della vita politica, economica e giudiziaria.
Si e' trattato di un processo in due fasi. Dapprima, come membro della commissione per la de-ba'athizzazione, Chalabi si e' sbarazzato dei suoi rivali. Poi, come direttore della commissione governativa per l'economia e la finanza, ha installato i suoi amici ed alleati nei posti chiave del ministero del petrolio, delle finanze, del commercio, nel governatorato della Banca Centrale e così via. Ora il nipote di Chalabi, Salem Chalabi, e' stato nominato dagli USA a capo del tribunale che giudicherà Saddam Hussein. E una compagnia che vanta stretti legami con l'affarista ha vinto il contratto per fare da guardia alle infrastrutture petrolifere irachene - praticamente, una licenza per costituire un esercito privato. Non basta tenere Chalabi fuori del governo ad interim. L'ONU dovrebbe smantellare lo stato ombra da lui creato, lanciando una "dechalabizzazione", al pari del processo di de-ba'athizzazione oggi accantonato.

- Chiedere il ritiro delle truppe USA
Si tratta dell'esatto contrario, rispetto a quanto chiesto sinora dall'ONU, in riferimento alla richiesta di protezione dei suoi membri da parte degli USA: l'ONU dovrebbe entrare in Iraq solo dopo il ritiro delle truppe USA. I militari che hanno partecipato all'invasione ed all'occupazione dovrebbero essere sostituiti da forze di pace dei paesi arabi circostanti, le quali dovrebbero endere sicuro il paese in vista delle elezioni generali.

Il 25 aprile, un editoriale del New York Times invocava l'approccio opposto, suggerendo che solo una maggiore iniezione di truppe americane ed un "reale incremento della forza a lungo termine in Iraq" potrebbe garantire la sicurezza. Queste truppe, tuttavia, se mai dovessero arrivare, non fornirebbero sicurezza ad alcuno, né agli iracheni, né ai loro commilitoni, né all'ONU. I militari americani sono diventati la diretta provocazione di violenza, non solo a causa della brutalità dell'occupazione irachena, ma anche a causa del supporto USA verso la letale occupazione israeliana dei Territori palestinesi. Nella mente di molti iracheni, le due occupazioni si sono fuse per divenire un singolo oltraggio anti-arabo.

Senza truppe USA, sarebbe rimosso il maggiore incitamento verso la violenza, ed il paese potrebbe stabilizzarsi con molti meno soldati e molta meno forza. L'Iraq potrebbe ancora affrontare sfide alla sicurezza da parte di estremisti religiosi o lealisti di Saddam. D'altra parte, con i sunniti e gli sci'iti così profondamente uniti contro l'occupazione, e' il miglior momento possibile perché un onesto mediatore negozi un equo accordo di condivisione del potere.

Alcuni sostengono che gli USA sono troppo forti perché possano essere costretti ad andare via. Ma fin dall'inizio Bush ha avuto bisogno di una copertura multilaterale per questa guerra - ecco perché formç la "coalizione dei volenterosi", ed ecco perché adesso si sta rivolgendo all'ONU. Immaginate cosa accadrebbe se i paesi che si sono tenuti fuori dalla coalizione, se la Germania e la Francia rifiutassero di riconoscere come nazione sovrana un Iraq occupato. Immaginate se le Nazioni Unite decidessero di non assecondare Washington. Diventerebbe una coalizione ad uno.

L'invasione dell'Iraq cominciò con un appello all'ammutinamento - un appello lanciato dagli USA. Nelle settimane che precedettero l'invasione, il Comando Centrale USA bombardò di e-mails e telefonate i militari ed i dirigenti politici iracheni, invitandoli a disertare le fila di Saddam. Gli aerei lasciarono cadere 8 milioni di volantini, in cui veniva promessa la salvezza ai soldati iracheni se avessero disertato.

Naturalmente, quei militari furono immediatamente silurati allorché si insediò Paul Bremer in Iraq, e solo oggi sono stati ripescati come parte dell'inversione di tendenza alla politica di de-ba'athizzazione del paese. E' solo un altro esempio dell'incompetenza letale che dovrebbe condurre i restanti supporters della politica USA in Iraq ad una sola inevitabile conclusione: e' l'ora di ammutinarsi.

Una versione di quest'articolo e' apparsa sul Nation
traduzione a cura di www.arabcomint.com
















postato da juda | 10:10 | commenti


mercoledì, 05 maggio 2004
Se non bastasse

Fuoco e fiamme arderanno su stolti e ignavi, fiamma e tenebra, sangue e tortura sulle menti annebbiate dei potenti, v'è alcuno in natura che sporga il proprio olfatto oltre il bitume della morte e della disperazione, v'è alcuno che preda dei propri tormenti, figli delle proprie colpe, senta la necessità di un riscatto.
Se esiste che si faccia avanti in duello, che prepari le proprie armi di offesa e spari, spari, spari; se non bastasse il lago di sangue e disperazione che già ha creato!
postato da juda | 17:54 | commenti

Estratti e commenti delle notizie pubblicate sul web, ma soprattutto altro o non so non risponde, non c'è un'altra opzione???